Bobby Watson

L'ILLUSORIA QUIETE DI MR.WATSON

(confessioni di un sognatore)

Intervista a Bobby Watson di Davide Ielmini. Settembre '99

L'intervista: domanda e risposta, archiviazione dei pensieri, idee estemporanee. Capita, a volte. Non con Bobby Watson, dove il chiedere si evolve in chiacchierata, confronto, sottile ragionamento, riflessioni a catena. E' qui che si vede la grandezza di un personaggio: nel come affronta il viaggio nel suo passato, in ciò che ha fatto, che vorrebbe fare e nella considerazione che si ha di sè stessi. Non si può parlare al sassofonista statunitense se non ci si convince di dover affrontare diversi livelli di comunicazione. D'altronde "Quiet as it's kept" (Red Records; 123284-2 RED) dimostra questo assottigliamento dei confini. Uno sfibrarsi delle convenzioni, degli allineamenti, delle visioni collettivistiche del mondo. Ed è proprio ciò che lo circonda che assume, per Watson, l'importanza di mettersi in discussione con tutto e tutti: ricettore di ambienti, presunte mode, "equivoci" espressivi o strumenti accattivanti che divengono dimostrazioni speculari di ciò in cui si crede. E quindi l'intervistatore diviene intervistato; chi vuole far conoscere, conosce anch'egli passi oscuri di fonti musicali ancora misteriose. E le risposte - anche se a volte brevi, quasi telegrafiche - sono verità, dubbi o autointerrogazioni. Partiamo così da "Quiet as it's kept", incontrando Bobby a Lugano, nei primi di settembre, rimanendo imbrigliati nelle trame della sua illuminante etica.

DI: C'è qualcosa di strano, quasi di "indefinito" nel tuo ultimo disco.
Un'evoluzione del jazz su rotte che stanno al gioco delle illusioni e della provocazione.

BW: E' un lavoro molto riflessivo: nulla di estremamente veloce, nulla di banalmente calmo. Un equilibrio - quasi un fluttuare - tra dimensioni diverse. Il pubblico mi conosce tecnicamente e sa cosa posso dare. In questo cd ho cercato di sviluppare il mio senso del suono: suonare usando il suono, modellarlo quasi fossi un cantante, raggiungendo l'essenza della melodia, il cuore del canto. Ed è così: puoi ascoltare "Quiet as it's kept" mentre parli, pensi o mentre guidi. E' un prodotto che ti colpisce, ti lascia magari disorientato ma poi ti accorgi che ti conquista e non puoi che abbandonarti ad esso.

DI: Sembra che tu abbia sfiorato l'easy-listening...
BW: Non parlerei di easy-listening e neppure di smooth-jazz. Nel disco c'è scienza, un ragionamento organizzato di composizione, stile, idee. Ho cercato di rilassarmi per conquistare qualcosa che ancora non mi apparteneva e posso affermare che tutto è accaduto con naturalezza nonostante il grande lavoro di assemblaggio mentale.

DI: Senza dubbio rappresenta un passo del tutto nuovo per te: come consideri "Quiet as it's kept"?
BW: Per chi lo ascolta è senz'altro nuovo, ma per quanto mi riguarda mi circolava nella mente ormai da tantissimo tempo. Mi sentivo maturo per una prova che è nata da un duro lavoro di unione, di schizzi di pensieri e note. Sono felice di ciò che ne è uscito perchè ritengo che rifletta l'epoca in cui viviamo: rende la vita piacevole.

DI: Il nuovo secolo è alle porte: ritieni sia sempre importante guardare al passato?
BW: Si, ed è un fatto umano non solo per la mia generazione (nasce nel 1953, ndr) ma anche per i più giovani. Un giorno mi dissero che con il nuovo millennio tutto ciò che è appartenuto al secolo precedente acquisterà valore: penso che il jazz sia una di quelle cose e diventerà sempre più importante. Il futuro dovrà aprirsi ai cambiamenti, ma si sentirà probabilmente la voglia di camminare insieme, procedere su traiettorie che ci avvicinino anche se ognuno ha un suo piano nella vita e una sua visione del mondo.

DI: Sono così importanti le categorizzazioni: la "mania" del descrivere, del trovare definizioni a forza?
BW: E' naturale descrivere e spiegare: le persone comunicano fra loro parlando. Considero il jazz solo in ciò che mi trasmette: noioso o affaticante, triste, vecchio o rasserenante. Ma, a dire la verità, non so ancora cosa sia, non ne ho idea.

DI: Schoenberg disse che "l'arte non è arte se è per tutti": cosa ne pensi?
BW: Bella domanda. E' come se si costruisse una sedia ma nessuno potrebbe usarla, o disegnare una macchina e non poterla guidare. L'arte include l'uso che io ne faccio nella mia mente e penso che se non debba essere per tutti, almeno dovrebbe rappresentare qualcosa per molti. Ci dev'essere una connessione tra chi suona e chi ascolta.

DI: E' più importante comporre, arrangiare o suonare?
BW: In questo momento della mia vita, il suonare. Ma quando suono compongo ed è come se accada qualcosa di estremamente strano, eccitante.

DI: E l'improvvisazione?
BW: La considero una collezione di ricordi.

DI: Un musicista una volta mi disse che l'improvvisazione originale è difficile da raggiungere perchè ci sono troppi manuali che propongono regole standard: è vero?
BW: Oggi essere originali è davvero difficile, ed è anche vero che ci sono troppi libri. Il jazz è uno stato mentale e il jazzista dev'essere un improvvisatore: un uomo che sappia partire e ritornare, risolvere ed espandersi, procedere in diverse direzioni offrendo al pubblico un senso di equilibrio. Su e giù, dentro e fuori: queste sono le coordinate di un buon musicista che sa ascoltare sè stesso, navigare nel proprio mondo e conoscere ciò che è in grado di fare.

DI: Quali ritieni sia stata l'esperienza più importante nella tua carriera musicale?
BW: Poter suonare una musica di cui non so quasi nulla al riguardo. Non nascondo che vorrei essere più bravo di quanto sono già, ma mi piace essere nella musica, viverla, impegnarmi per essa. Qui al Blues to Bop di Lugano ci sono artisti che lo sono nel miglior significato del termine: fanno della musica un modo per credere ed essere immersi in un'esistenza dove tutto è suono, al di là del solo suono.

DI: Cosa ti piace di più della Red Records: la scelta editoriale, il coraggio o il rapporto umano?
BW: Tutte e tre le cose. Sergio Veschi è stata la prima persona che mi ha lasciato fare ciò che volevo, sviluppare le mie idee con estrema libertà. Ho proposto dischi in quartetto, musicisti di New York, cd di standard: mi è stato permesso di tutto, sono completamente "solo" senza alcun vincolo. Mi ha quindi offerto la possibilità di esprimermi senza problemi e con un vero rapporto confidenziale. E' tutto bello alla Red: è un'etichetta artistica perchè Sergio capisce ciò che piace agli artisti e quindi la sua intuizione avvantaggia l'espressività.

DI: In un prossimo futuro verrà pubblicato, sempre da Red, un cd che ti vede accanto a Ray Mantilla. Jazz latino all'orizzonte?
BW: Si tratta di un progetto all-star band: un gruppo con molta esperienza, maturo e compatto. Collaborare con Mantilla rappresenta una sicurezza: ci incontriamo e suoniamo con estrema naturalezza. Ray, d'altronde, offre in ogni occasione un altissimo livello di qualità: è latino e non, è jazz e non. Sta nel mezzo, ed è proprio per questo che mi piace: perchè in sostanza è un vero innovatore. I musicisti coinvolti probabilmente si offenderanno, ma definirei la nostra musica - cediamo alla tentazione - come "jazz con percussioni".

DI: Quanto sono importanti le etichette indipendenti?
BW: Hanno un valore insuperabile: ti fanno sentire rilassato perchè si basano sull'onestà e su ciò che un musicista può offrire non solo in termini di denaro. Le major, al contrario, si basano sulla fortuna: su un tuo momento particolare della vita, su quanto sai rendere economicamente; dipendi insomma dagli utili. Questo le "indie" non lo fanno: sono realtà speciali.
Certo, alcuni affermano che i miei lavori migliori siano quelli Blue Note; altri lo dicono di quelli della Red. Ma il bello è che nelle indipendenti trovi persone che realmente credono in te e ti permettono di crescere.

DI: Quali pensi siano i tuoi migliori lavori per Red e esiste un disco, in generale, che la critica non ha capito?
BW: "Love remains", "Appointment in Milano", "This little light of mine" (solo album) e "Quiet as it's kept" sono i migliori. Sottovalutato, sicuramente, il Columbia "Taylor Made" con la mia big-band.

DI: Vorremmo conoscere le tue impressioni su ritmo e swing: quale dei due è più importante?
BW: Il ritmo è come se fosse swing ed è l'elemento più importante. La batteria ha solo cinque note eppure pensa a quello che può fare. Ciò che ti fa muovere è il ritmo, e lo si può avere anche con solo due note. Il segreto sta nello svilluppare la propria musicalità nello stesso momento in cui suoni: lo swing verrà da solo, accadrà come per magia. L'uno e l'altro sono uguali.

DI: Le tue influenze artistiche risalgono a Cannonball Adderley e Jackie McLean. Ma Charlie Parker dove lo mettiamo?
BW: Lui sì che capiva il ritmo. Dobbiamo guardare per forza a Charlie, almeno chi decide di suonare il sax e il jazz. Era come se fosse approdato sulla Terra da un altro mondo. Io ho preferito salire in "umanità": Cannonball suonava come Parker ma con una grande spinta umana; McLean addirittura lo superava ed è per questo che lo chiamano il "nuovo Parker". Ho cercato di partire da un punto per raggiungerne altri, ma non penso di essere così grande come i miei "maestri".

DI: Flauto, pianoforte e clarinetto: iniziasti con questi strumenti. Li hai accantonati?
BW: Uso moltissimo il pianoforte per comporre e sicuramente riprenderò a cimentarmi al clarinetto perchè ha un timbro bellissimo e mi offre la possibilità di creare atmosfere particolarissime. D'altronde - è sempre quello che ho cercato di fare - ogni strumento mi aiuta nell'afferrare emozioni diverse, ambientazioni alle quali, con il sax, non potrei dare il giusto colore o la corretta pienezza. Un musicista non può prescindere da ciò che lo circonda e la sua sensibilità non è altro che un filtro attraverso il quale passa l'intera vita.

DI: Jazz e musica contemporanea: li divide un sottilissimo filo. Sei d'accordo?
BW: Certamente. Se ascolti Bartok, Stravinsky, Debussy, Ravel e Coltrane ti rendi conto che sono vicinissimi. Credo anche che se sei in grado di utilizzare la scienza - l'organizzazione dei suoni - in maniera del tutto libera ti troveresti a suonare jazz.

DI: Parliamo di due pedine fondamentali nel tuo sviluppo musicale: il Rhythm'n'Blues e il 29th Saxophone Quartet.
BW: Un buon jazzista dev'essere un buon bluesman. Ritengo che il rhythm'n'blues, per quanto mi riguarda, sia fondamentale perchè ci sono canzoni che hanno segnato la mia crescita da adolescente a uomo adulto, ed è per questo che nei miei brani troverai sempre qualcosa - direttamente o indirettamente - che ricondurrà alla grande Motown. Partì da lì l'importanza di avere una propria canzone, incontrare un pubblico che canta con te e ti riconosce perchè vivi nella sua memoria. La mentalità del rhythm'n'blues è questa e, non c'è dubbio, è artisticamente vincente. Così anche chi suona jazz deve creare canzoni, ma oggi negli affari è sempre più difficile. A riguardo del 29th S.Q. bastano pochissime parole; era come un matrimonio: le stesse persone e gli stessi obiettivi, legati insieme, indissolubilmente. I critici non ci considerarono molto, probabilmente perchè proponevamo qualcosa d'insolito: a partire dalla stessa integrazione razziale del gruppo con due neri e due bianchi.

DI: Non ti interesserebbe impegnarti in un progetto "third-stream"?
BW: Anche in questo caso nutro molti dubbi perchè è un genere indefinibile che non ho mai affrontato. Sai, siamo sempre alle solite: io potrei chiamare il mio jazz modern-bebop e le persone ci potrebbero credere. Sarebbe meglio concentrarsi maggiormente sui contenuti che sulle spiegazioni teoriche non sempre abili nell'aiutare la conoscenza.

DI: Oggigiorno troviamo sul mercato giovani musicisti forniti di una tecnica strepitosa ma deboli in poeticità. Il jazz, diciamolo, lo si può affinare ma lo si deve già avere nell'anima.
BW: L'affermazione è innegabile. I giovani sono molto preparati, ma solo il tempo porta la ricchezza nell'espressione: è normale per tutte le generazioni. Guarda me, per esempio: credi che abbia i capelli grigi per caso? Questi non li si possono comprare, sono il marchio dell'esperienza o, almeno, ce lo si augura. Non mancano però alcuni nuovi promettenti come Nicholas Payton, James Carter e Stefon Harris.

DI: Theodor Adorno disse che l'artista "deve svolgere una sorta di luogotenenza nella società": ossia non concedere al pubblico ciò che questo vorrebbe. Cosa ne pensi?
BW: Ci sono tre categorie di artisti. Nella prima trovi coloro che ti sfidano, fanno ciò che altri non farebbero mai, ti impongono un viaggio diverso e cercano l'innovazione nel modo più intelligente, mentre nella seconda rientrano i musicisti che afferrano ciò che fanno quelli del primo tipo per ottenerne un frullato di idee. Infine arriviamo ai "musicisti per tutti" che riescono a produrre canzoni per il popolo sfuggendo però la banalità.
Ecco, io mi pongo tra i primi (ricerca e novità) e i terzi (capacità immediata di comunicazione): per me questo è il miglior risultato che si possa ottenere.

Davide Ielmini

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