Polistrumentista americano (suona il flauto, il clarinetto,
il pianoforte e la batteria oltre ai sassofoni soprano e tenore) è uno dei
maggiori musicisti del panorama contemporaneo, nonchè grande virtuoso del
sassofono soprano. Profondamente colpito dalla figura e dalla musica di
John Coltrane, ne ha proseguito idelmente e in modo personale il cammino
coniugandolo con una attenzione particolare per l’Europa e la sua
produzione musicale del’ 900.
Naturalmente la musica di Liebman non si
esaurisce in questi elementi ma è frutto di una intensa ricerca che investe
l’intero arco della storia del jazz di cui il sassofonista è un profondo
conoscitore e la musica etnica. Il suo percorso artistico è costellato di
sodalizi importanti come la collaborazione con il Davis del primo periodo
elettrico e quella con il gruppo di Elvin Jones. La sua ricerca a tutto
campo, però, non perde mai di vista gli elementi fondamentali del
linguaggio jazzistico, in particolare il suono e il ritmo che sono alla
base della sua estetica. Dati questi presupposti, sembra curioso dover
constatare che un musicista del genere trovi giusto riconoscimento fra “gli
addetti ai lavori”, ma sia ancora poco considerato dal grande pubblico di
amatori e appassionati della musica afroamericana. Alcuni forse temono di
trovarsi di fronte a un musicista troppo complesso, “difficile” o magari
addirittura cerebrale. Liebman esprime certamente un universo artistico
ricco e variegato, ma lo fa con una forza espressiva e un coinvolgimento
tali da essere percepiti in ogni circostanza. Insomma, il messaggio
dell’artista, quando c’è, viene sicuramente colto dall’ascoltatore. Per
fugare anche gli ultimi dubbi, però, può essere utile ascoltare i dischi
che Liebman ha registrato per la Red Records.
Il sassofonista, presente con diverse formazioni che vanno dal duo al
sestetto, affronta un repertorio costituito da evergreen e standard
jazzistici vari che egli reinventa in modo sempre diverso utilizzando un
fraseggio di profonda sintesi che rispecchia la sua conoscenza del jazz. Un
tipo di approccio questo che avvicina molto la ricerca del sassofonista
americano a quella di Franco D’Andrea, suo compagno nel disco “Nine Again”.
I numerosi punti di contatto fra i due musicisti (il legame con l’Europa, il
solido swing, le inflessioni blues, la ricerca di una sintesi) concorrono
alla riuscita rilettura di pagine ormai storiche come la frequentatissima
Autumn Leaves o alcune celeberrime composizioni di Duke Ellington come
Caravan e Sophisticated Lady. L’affiatamento fra i due si rivela nella
naturalezza con cui situazioni tese e swinganti si succedono ad atmosfere
più romantiche. L’intenso e variegato lavoro di D’Andrea non si configura
come un puro e semplice accompagnamento ma assume i tratti di un costante
dialogo con Liebman che al sax soprano, di cui resta un maestro indiscusso,
disegna spericolate linee melodiche. In particolare è nell’esposizione
sempre originale dei celebri temi degli standard che il musicista americano
dimostra di aver assimilato la storia della musica afroamericana. Nelle sue
riletture, l’attenzione per il suono e per il ritmo lega il suo linguaggio
alla matrice nera e arcaica di questa musica e nello stesso tempo lo
proietta in avanti nella contemporaneità.
Suono e ritmo sono elementi centrali anche nel disco “Play the Music of
Cole Porter” in cui Liebman affronta in trio l’interpretazione del
repertorio dello storico songwriter americano. Il gruppo ha una
impostazione fortemente dialogica in cui tende a prevalere l’asse sax/
batteria. Bill Goodwin, infatti, non si limita a accompagnare il solista ma
lo stimola continuamente attraverso il gioco delle scomposizioni ritmiche,
inserendosi nei silenzi, o rispondendo alle sue frasi. Seve Gilmore al
contrabbasso si alterna alla batteria nel ruolo di perno ritmico, prendendo
a volte anche la linea melodica principale.
Nei dieci brani che compongono il CD Liebman è riuscito a ricreare un ampio
spettro di situazioni che vanno dal ritmo latino di Begin the Beguine alla
corsa mozzafiato di Ridin’ High, in cui il sassofono è accompagnato dalla
sola batteria, fino al duo contrappuntistico con il contrabbasso in Why Do
I Care.
Con il disco "Setting the Standard" passiamo dagli evergreen di Cole Porter
agli standard, anch’essi costruiti sulla forma canzone, ma nati in ambito
jazzistico. Il brano di apertura, Milestones di Miles Davis, offre un’idea
chiara delle grandi capacità del quartetto riunito per l’occasione.
L’attacco swingante e aggressivo mette in luce le doti del batterista
Victor Lewis, solido pilastro ritmico del gruppo, che sa lavorare in modo
raffinato e fantasioso. Il contrabbasso di Rufus Reid si riconosce
immediatamente per la sonorità particolarmente scura e rotonda e per il suo
modo di accompagnare a volte in tradizionale, a volte utilizzando frasi
melodiche. “The last but not least”, Mulgrew Miller, pianista dal tocco
pieno e preciso, si alterna al sassofono di Liebman negli assoli, forte di
una solida tecnica e di una sicura conoscenza delle vicende dell’armonia
nel jazz che gli permette di adattarsi a ogni contesto.
Nei brani lenti come I’m A Fool To Want You emerge, invece, la vena lirica
di Liebman che è in grado di tratteggiare con poche note sensazioni intense
e vibranti.
In questo vasto programma di rilettura di evergreen e celebri standard
jazzistici non poteva mancare uno sguardo all’universo latino, un interesse
soltanto accennato in alcune composizioni nei dischi precedenti. Con "Besame
Mucho and Other Latin Jazz Standards", abbiamo una sintesi armoniosa di
ritmi e colori latini con il sound pienamente jazzistico di Liebman. La
carica motoria viene amplificata dal moltiplicarsi delle percussioni e dei
colori grazie al lavoro del batterista Bill Goodwin e del percussionista
Mark Holen, a cui si sostituisce Scott Cutshall in Speak Low. Liebman
sembra essere positivamente stimolato da questa base ritmica anche se si
tratta di un contesto che per certi versi vincola maggiormente il solista.
Al pianoforte troviamo Danilo Perez un musicista che alterna e unisce lo
stile tipicamente latino con uno di matrice tyneriana. Il disco contiene
fra l’altro l’originale rilettura in chiave latina di Caravan e
l’emozionante How Insensitive.
Alla fine di questo percorso vorremmo
tornare quasi al punto di partenza per ribadire che le registrazioni proposte
rappresentano la testimonianza di un aspetto importante della produzione di Dave
Liebman- la parte più legata al mainstream- e forse anche un buon punto di
partenza per chi volesse conoscere quello che è senza dubbio una figura
fondamentale del panorama jazzistico contemporaneo.
Marco Camerini