David Liebman
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Polistrumentista americano (suona il flauto, il clarinetto, il pianoforte e la batteria oltre ai sassofoni soprano e tenore) è uno dei maggiori musicisti del panorama contemporaneo, nonchè grande virtuoso del sassofono soprano. Profondamente colpito dalla figura e dalla musica di John Coltrane, ne ha proseguito idelmente e in modo personale il cammino coniugandolo con una attenzione particolare per l’Europa e la sua produzione musicale del’ 900.
Naturalmente la musica di Liebman non si esaurisce in questi elementi ma è frutto di una intensa ricerca che investe l’intero arco della storia del jazz di cui il sassofonista è un profondo conoscitore e la musica etnica. Il suo percorso artistico è costellato di sodalizi importanti come la collaborazione con il Davis del primo periodo elettrico e quella con il gruppo di Elvin Jones. La sua ricerca a tutto campo, però, non perde mai di vista gli elementi fondamentali del linguaggio jazzistico, in particolare il suono e il ritmo che sono alla base della sua estetica. Dati questi presupposti, sembra curioso dover constatare che un musicista del genere trovi giusto riconoscimento fra “gli addetti ai lavori”, ma sia ancora poco considerato dal grande pubblico di amatori e appassionati della musica afroamericana. Alcuni forse temono di trovarsi di fronte a un musicista troppo complesso, “difficile” o magari addirittura cerebrale. Liebman esprime certamente un universo artistico ricco e variegato, ma lo fa con una forza espressiva e un coinvolgimento tali da essere percepiti in ogni circostanza. Insomma, il messaggio dell’artista, quando c’è, viene sicuramente colto dall’ascoltatore. Per fugare anche gli ultimi dubbi, però, può essere utile ascoltare i dischi che Liebman ha registrato per la Red Records.
Il sassofonista, presente con diverse formazioni che vanno dal duo al sestetto, affronta un repertorio costituito da evergreen e standard jazzistici vari che egli reinventa in modo sempre diverso utilizzando un fraseggio di profonda sintesi che rispecchia la sua conoscenza del jazz. Un tipo di approccio questo che avvicina molto la ricerca del sassofonista americano a quella di Franco D’Andrea, suo compagno nel disco “Nine Again”.
I numerosi punti di contatto fra i due musicisti (il legame con l’Europa, il solido swing, le inflessioni blues, la ricerca di una sintesi) concorrono alla riuscita rilettura di pagine ormai storiche come la frequentatissima Autumn Leaves o alcune celeberrime composizioni di Duke Ellington come Caravan e Sophisticated Lady. L’affiatamento fra i due si rivela nella naturalezza con cui situazioni tese e swinganti si succedono ad atmosfere più romantiche. L’intenso e variegato lavoro di D’Andrea non si configura come un puro e semplice accompagnamento ma assume i tratti di un costante dialogo con Liebman che al sax soprano, di cui resta un maestro indiscusso, disegna spericolate linee melodiche. In particolare è nell’esposizione sempre originale dei celebri temi degli standard che il musicista americano dimostra di aver assimilato la storia della musica afroamericana. Nelle sue riletture, l’attenzione per il suono e per il ritmo lega il suo linguaggio alla matrice nera e arcaica di questa musica e nello stesso tempo lo proietta in avanti nella contemporaneità.
Suono e ritmo sono elementi centrali anche nel disco “Play the Music of Cole Porter” in cui Liebman affronta in trio l’interpretazione del repertorio dello storico songwriter americano. Il gruppo ha una impostazione fortemente dialogica in cui tende a prevalere l’asse sax/ batteria. Bill Goodwin, infatti, non si limita a accompagnare il solista ma lo stimola continuamente attraverso il gioco delle scomposizioni ritmiche, inserendosi nei silenzi, o rispondendo alle sue frasi. Seve Gilmore al contrabbasso si alterna alla batteria nel ruolo di perno ritmico, prendendo a volte anche la linea melodica principale.
Nei dieci brani che compongono il CD Liebman è riuscito a ricreare un ampio spettro di situazioni che vanno dal ritmo latino di Begin the Beguine alla corsa mozzafiato di Ridin’ High, in cui il sassofono è accompagnato dalla sola batteria, fino al duo contrappuntistico con il contrabbasso in Why Do I Care.
Con il disco "Setting the Standard" passiamo dagli evergreen di Cole Porter agli standard, anch’essi costruiti sulla forma canzone, ma nati in ambito jazzistico. Il brano di apertura, Milestones di Miles Davis, offre un’idea chiara delle grandi capacità del quartetto riunito per l’occasione.
L’attacco swingante e aggressivo mette in luce le doti del batterista Victor Lewis, solido pilastro ritmico del gruppo, che sa lavorare in modo raffinato e fantasioso. Il contrabbasso di Rufus Reid si riconosce immediatamente per la sonorità particolarmente scura e rotonda e per il suo modo di accompagnare a volte in tradizionale, a volte utilizzando frasi melodiche. “The last but not least”, Mulgrew Miller, pianista dal tocco pieno e preciso, si alterna al sassofono di Liebman negli assoli, forte di una solida tecnica e di una sicura conoscenza delle vicende dell’armonia nel jazz che gli permette di adattarsi a ogni contesto.
Nei brani lenti come I’m A Fool To Want You emerge, invece, la vena lirica di Liebman che è in grado di tratteggiare con poche note sensazioni intense e vibranti.
In questo vasto programma di rilettura di evergreen e celebri standard jazzistici non poteva mancare uno sguardo all’universo latino, un interesse soltanto accennato in alcune composizioni nei dischi precedenti. Con "Besame Mucho and Other Latin Jazz Standards", abbiamo una sintesi armoniosa di ritmi e colori latini con il sound pienamente jazzistico di Liebman. La carica motoria viene amplificata dal moltiplicarsi delle percussioni e dei colori grazie al lavoro del batterista Bill Goodwin e del percussionista Mark Holen, a cui si sostituisce Scott Cutshall in Speak Low. Liebman sembra essere positivamente stimolato da questa base ritmica anche se si tratta di un contesto che per certi versi vincola maggiormente il solista. Al pianoforte troviamo Danilo Perez un musicista che alterna e unisce lo stile tipicamente latino con uno di matrice tyneriana. Il disco contiene fra l’altro l’originale rilettura in chiave latina di Caravan e l’emozionante How Insensitive.
Alla fine di questo percorso vorremmo tornare quasi al punto di partenza per ribadire che le registrazioni proposte rappresentano la testimonianza di un aspetto importante della produzione di Dave Liebman- la parte più legata al mainstream- e forse anche un buon punto di partenza per chi volesse conoscere quello che è senza dubbio una figura fondamentale del panorama jazzistico contemporaneo.

Marco Camerini

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